
“Ai margini dell'anima”
I (sofferenti) versi poetici di Anna Leo permeati di dolcezza

C’è una cosa, o forse sarebbe più giusto chiamarla entità, capace di muovere e di fermare allo stesso tempo il mondo e i suoi disparati destini: l’amore. Da questo nasce la vita e noi, inconsapevoli angeli, dannati o redenti che ne siamo contenuti all’interno nelle vesti di interpreti o comprimari, non possiamo a farne a meno poiché dimora nell’atto spontaneo del respiro. Eppure talvolta deviamo il tragitto dal suo corso naturale, dirottandolo verso quel lido che chiamano anima.
E di cosa si serve l’anima per manifestare i suoi stati? Dell’ambasciatore migliore: la poesia. Senza di essa la vita sarebbe soltanto esistenza, e il resto vuoto a perdere, dimenticato nell’oblio di giorni freddi e ripetitivi.
Anna Leo, poetessa salentina ha fatto proprio questo, senza volerlo - perché la poesia ha molte analogie col respiro automatico cui accennavamo sopra - ha deviato dal suo alveo ordinario un tragitto fatto di aneliti ed aliti e dopo averli provati nella carne e nel soffio vitale uno per uno sottraendoli alla routine prima che li rendesse sterile foglia, li ha trascritti nella parte più profonda, più onesta e più vera di sé e poi li ha riportati su fogli di carta che una volta riempiti hanno preso la forma di un libro dal titolo “Ai margini dell’anima”.
Poesie, cioè sofferenze. Perché la poesia, anche nella delizia è soprattutto tormento, sospensione, fuga, ritorno, sogno e rivelazione. Assenze come presenze, contenute laggiù, in quella parte più autentica del sé, con l’aspetto di spettri in attesa di risuscitare risalendo quassù, per essere letti, cioè per essere visti, anzi per essere vissuti attraverso uno scandire di labbra o un sillabare del pensiero. Visti, finalmente visti, come non sarebbero mai stati se l’autrice di questo “Ai margini dell’anima” non avesse avuto la forza di presentarli così come sono. Puliti! Irripetibili! Ma Anna ce li ha mostrati con dolcezza, una dolcezza che le è propria, permeata di lacrime, struggimenti, fiducie, orgogli e brevi sorrisi nel chiaroscuro dell’orizzonte dell’alba e del tramonto.
Se fosse altro, sarebbe corpo svuotato e avvizzito; mentre invece la vita ti chiede sempre il tributo della lotta e dalla sconfitta e dalla vittoria, quando ti arride, per essere vita e non la parvenza di essa. La stessa gabella che ti impone l’amore, se lo vuoi avere davvero! Ma quante facce ha l’amore? Tutte! Davvero tutte. Tutte quelle che vogliamo! Tutte quelle che le diamo! Tutte quelle che ci restituisce dopo avercele mostrate per farcele vivere tra le pieghe dell’anima prima di farle risalire al vertice della pelle. E un poeta, in questo caso, una poetessa, di quelle facce ha assunto ogni nota, ogni virgola, disfacendolo un istante come si scompone un mosaico di sabbia appena creato. Perché sa che tutto passa. Perché sa che il dopo resta e si dilegua sempre in quell’altrove di cui udiamo gli echi. Perché sa che è tutto un perdersi e rincorrersi per ritrovarsi in quel luogo, del cuore, dell’anima, dei sogni, dove il tempo si annulla e l’amore risorge senza più dimorare ai margini dell’anima.